Perché la Disney ha sbagliato (quasi) tutto con Star Wars

Il 18 dicembre è uscito L'ascesa di Skywalker, ultimo capitolo della nuova trilogia. Il film ha riscosso timide critiche e chiuso un cerchio non facile. Dimostrando tutte le lacune della produzione.

Diventare il conglomerato più grosso di Hollywood non è stato sufficiente a maneggiare una delle saghe più delicate della cinematografica contemporanea. Potrebbe essere sintetizzato così il tormentato rapporto tra la Walt Disney Company e il mondo di Star Wars. E l’uscita nelle sale di Star Wars – L’ascesa di Skywalker rappresenta l’epilogo di questa produzione travagliata. Il 18 novembre l’episodio nove della serie partorita dalla mente di George Lucas è sbarcato in sala. E le timide reazioni di critica e pubblico hanno confermato che il cerchio non si è chiuso al meglio. Il problema è che la parabola iniziata nel 2015 con l’uscita del Ritorno della forza ha subito talmente tante correzioni che centrare l’obiettivo era impossibile.

UN FILM TROPPO DENSO PER ESSERE APPREZZATO

Partiamo dal finale, ovviamente senza spoiler. Nelle oltre due ore e 22 minuti J.J. Abrams, che è tornato dietro la macchina da presa e alla sceneggiatura dopo la parentesi di Rian Johnson, è stato costretto agli straordinari. Sì, perché la direzione di Johnson, oltre a scontentare ampiamente i fan più ortodossi, aveva scardinato quasi completamente i piani originali di Abrams delineati due anni prima con l’episodio sette. La sensazione, mano mano che la pellicola scorre, è quella di vedere due film.

SMANTELLATA L’EREDITÀ DI JOHNSON

La prima ora circa è un film a sé. Smonta pezzo per pezzo quanto fatto ne Gli Ultimi Jedi, e riannoda i fili con il capitolo del 2015. Allo stesso tempo il vero episodio nove ha solo un ora e 20 per tirare le conclusioni. Ecco quindi che il montaggio è serrato, pure troppo. I personaggi, e gli spettatori, praticamente non respirano mai. Mancano i momenti per gustarsi i paesaggi e le situazioni, come ha scritto Adi Robertson su The Verge. Si può avere un’idea di questa altalena nei primi minuti forsennati quando il personaggio di Poe Dameron, interpretato da Oscar Isaac, guida il Millennium Falcon in una serie di salti nell’iperspazio che fanno più che altro girare la testa. Il resto del film risponde a molte delle domande che erano rimaste in sospeso. Johnson le aveva semplicemente ignorate, Abrmas, che le aveva poste, salva capra e cavoli cercando risposte coerenti, anche se non sempre ci riesce. Al termine della forsennata corsa dei personaggi resta un buon finale, scontato, ma non troppo, fedele ai fan, ma fino a un certo punto. Il problema è che in questa fetta restano indietro diversi dettagli che avrebbero meritato più respirto e che forse potrebbero trovare posto in spin-off dedicati.

Adam Driver nei panni di Kylo Ren in una scena di Star Wars – L’ascesa di Skywalker

GLI EFFETTI DELLE “INNOVAZIONI” DI JOHNSON SULLA SAGA

La sensazione è che Abrams abbia voluto sconfessare quanto fatto dal predecessore. E questo è uno dei limiti di questa nuova trilogia. Ci sono film simili, il primo e il terzo, e il secondo che si erge come barriera tra i due. Le “colpe” di Johnson sono evidenti. Ha deluso i fan soprattutto per non aver rispettato i personaggi, distorcendo quelle che erano le loro caratteristiche e questo ha complicato tutta la storyline principale. Quello che ha fatto il regista di Silver Spring non è stato però tutto da buttare. Gli Ultimi Jedi ha introdotto e allargato l’universo Jedi innovando, a modo suo, anche in maniera curiosa. E infatti quegli spunti sono rimasti anche nell’ultimo capitolo. La dicotomia tra Rian e Abrams non è però il frutto di due modi diversi in intendere la saga, ma dei pesanti limiti della produzione Disney.

I LIMITI DELLA PRODUZIONE DISNEY

Visti tutti e tre insieme, i film della trilogia targata Disney sembrano slegati, sfilacciati. Sono capitoli consecutivi di una stessa storia che però procedono per contro proprio e questo non può essere responsabilità di questo o quel regista, ma delle scelte dei vertici che non hanno saputo disegnare un progetto coerente. La carenza più grave risiede nel fatto che è stato portato avanti un lavoro senza aver bene in mente dove arrivare. Quando negli Anni 80 Lucas si occupò degli episodi cinque e sei, lasciò sceneggiatura e regia ad altri per preoccuparsi della produzione. E infatti uscirono i migliori film dell’intera saga. Lucas aveva delineato i soggetti costruendo una storyline coerente che poi altri avevano arricchito. Così non ha fatto la Disney. Quando nel 2012 la major di Burbank completò l’acquisizione della Lucasfilm, Lucas lasciò in eredità un plot che indicava la possibile eredità dei personaggi, in particolare la famiglia Skywalker, ma in casa Disney venne ignorato tutto.

Daisy Ridley interpreta Rey in una scena di Star Wars – L’ascesa di Skywalker.

PERCHÈ A STAR WARS SAREBBE SERVITO UNO SHOWRUNNER

Kathleen Kennedy, storica produttrice dei film di Steven Spielberg, nel 2012 venne messa a capo della Lucasfilm e da allora si è occupata di creare, ammodernare ed espandere l’universo di Star Wars. Il problema è che ciò è stato portato avanti senza progettualità. Soprattutto nel gestire la trilogia è mancata una figura centrale di coordinamento. Una specie di “showrunner” che, come nelle serie tivù, si occupasse della coerenza interna. Qualcuno che tenesse a bada l’estro di Johnson e rendesse i tre film più amalgamati. Kennedy, intervistata da Rolling Stone in occasione dell’uscita de L’ascesa di Skywalker, ha spiegato che ogni film della trilogia «è difficile da completare. Non c’è materiale su cui basarsi. Non abbiamo i fumetti. Non abbiamo romanzi da 800 pagine. Non abbiamo altro che narratori pieni di passione che si riuniscono e parlano di quale potrebbe essere la prossima avventura». Un problema sicuramente reale, ma forse si poteva fare meglio e paradossalmente la Disney aveva la soluzione in casa.

COSA POTEVA FARE DISNEY PER GESTIRE LA SAGA

In anni recenti, dove il pubblico nutrito a base di Netflix si è abituato alla serialità, è paradossalmente diventato difficile costruire saghe cinematografiche. Ne sa qualcosa ad esempio la Warner Bros che ha cercato di creare un’universo intorno ai personaggi dei fumetti DC mancando il bersaglio, pur mettendo insieme degli stand-alone, come Wonder Woman e Aquaman, che hanno sbancato i botteghini. Il punto però è che Disney aveva in casa il know-how necessario per provare a fare qualcosa di meglio, e questo già dal 2009 quando ha acquisito la Marvel. In particolare la soluzione aveva un nome cognome: Kevin Feige. O meglio il suo metodo.

Il presidente dei Marvel Studios Kevin Feige.

UN “METODO FREIGE” PER SALVARE LA COERENZA DELLA SAGA

Proprio quest’anno con Endgame si è chiuso l’ampio ciclo del Marvel Cinematic Universe, unico, e per ora solo, esperimento riuscito di universo cinematografico. I giganteschi fumettoni Marvel, pur con tutti i limiti che queste produzioni portano con sé, avevano il merito di avere una visione, una linea abbastanza coerente. Vien da chiedersi se un po’ di questa esperienza non sarebbe servita alla Lucasfilm. Forse il “metodo Feige” resta più adatto per lo sviluppo dei fumetti, ma probabilmente avrebbe aiutato a sviluppare una saga in modo più equilibrato.

Ma in casa Disney non è tutto da buttare. Il 12 novembre 2019, con il lancio della propria piattaforma di streaming, Disney+, è stata resa disponibile The Mandalorian, serie ambientata tra il capitolo sei e sette e che vede tra i protagonisti un cacciatore di taglie e una nuova-vecchia creatura che ha fatto impazzire i social: Baby Yoda. Un prodotto che ha subito riscosso il plauso dei fan. Una serie costata moltissimo, quasi 100 milioni di dollari e ideata da Jon Favreau, lo stesso Favreau che ha prodotto e diretto i primi due Iron Man, un caso? Forse no.

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